Attività, Io, ciociaro parigino



Una riflessione su una pagina ancora emarginata della storia dell’arte

Moi, un sosiaro parisien”, cosi scriveva quel grande che fu Anton Giulio Bragaglia (1890-1960) in una nota dedicata alla amata Parigi: è la prima ed unica traduzione in una lingua straniera del termine ‘ciociaro’! ‘sosiaro’ dunque. Malgrado il suo notevole impegno e il suo grande interesse, nemmeno Ferdinand Gregorovius (1821-1891), il primo e solo etnografo della terra ciociara, seppe trovare il corrispettivo semantico: infatti, in tedesco, chiamò la Ciociaria “Terra dei sandali” alludendo naturalmente alle cioce. E Anton Giulio era invaso e pervaso, quasi straripante del suo senso della ‘ciociarità’ di appartenenza: ecco un altro termine a lui dovuto: ‘ciociarità’! E non poco lottò e contestò per tutelarne e difenderne il valore e la storia allora, e prima di lui e oggi ancora, incompresa e sconosciuta e maltrattata. La sua, e non solo sua, disgrazia fu quella di essere nato in mezzo a una ‘gente zotica e vil’ tanto banalmente rozza e vile da, per rimanere nella modestia, non essere stata in grado di apporre almeno una lapide ricordo nella casa di nascita ancora sui luoghi a Via Garibaldi o di scrivere in maniera leggibile la misera tabella stradale presente nella stradina di cento metri a lui dedicata e ai tre incredibili fratelli! Povero Anton Giulio, sei stato troppo grande e troppo innovatore, per poter essere compreso, almeno in minima parte, nella tua terra, e ne sei restato lontano, tutta la vita, alla stregua di Amedeo Maiuri, di Antonio Valente, di Maria Antonietta Macciocchi e di altri geni ciociari… questa resta purtroppo ancora la terra degli zeri, salvo le eccezioni.

Tu che ti infiammasti strenuamente a difesa della Ciociaria avverso quell’altro grande ciociaro di Pico che fu Tommaso Landolfi, non immagini nemmeno come viene rappresentata ed esposta la Ciociaria, oggi, e in Ciociaria, bada bene, non in Papuasia! Infatti non sanno nemmeno che cosa è! L’hanno ridotta e sminuita al territorio della sola provincia di Frosinone, a partire dalla Amministrazione Provinciale e dalla Regione Lazio e non solo! Una catastrofe, uno sfacelo: la fortuna di questi profanatori e blasfemi della Storia e della Cultura è che la scuola prima di tutti, è morta e cadavere a tale degrado storico e poi, fortuna ancora maggiore, è che i cosiddetti cittadini sono così indifferenti, o ignoranti, che nemmeno se ne avvedono! Frosinone, capoluogo sistematicamente agli ultimi posti nella graduatoria del bel e buon vivere, divenuto ‘Ciociaria’! Se si apre il sito turistico della Regione Lazio, ancora sicuramente la Ciociaria al forestiero che vuole conoscerla, viene raccomandata e individuata col ‘pecorino dop di Picinisco’ e ridotta, come detto, alla provincia di Frosinone! La Valcomino tuttora viene fatta iniziare a Broccostella, come indica la tabella stradale che da sempre indisturbata si leva lungo la strada. Non parliamo delle sfarzose tabelle dal titolo ‘Terra di Comino’che continuano a vedersi in giro, quest’altra chimerica landa da scoprire, a disposizione di novelli esploratori! Fortunato chi ha avuto il coraggio e la possibilità di abbandonare questa terra infestata di cemento armato e di asfalto, derubata dei suoi magnifici pini fatti divenire ‘killers’ e perciò abbattuti e delle sue querce, in cambio di tabelloni stradali pubblicitari da quarto mondo!

Ad Anton Giulio Bragaglia dobbiamo anche la poetica ricostruzione della nascita di Roma allorché richiamava alla memoria il pantano ai piedi del Palatino e dell’Aventino abitato da rane e rospi e bisce dove i due gemelli tracciarono il loro solco mentre al contrario i paesini appollaiati sugli Ernici e al di qua e al di là dei Lepini, biancheggiavano delle loro mura ciclopiche in pietre tagliate e scolpite da un pezzo!

Il termine ‘ciociaro’ per gli stranieri arduo a pronunciare e ancora di più a scrivere e perciò raramente impiegato e di conseguenza sostituito con espressioni generiche quali: costume italiano, romano, laziale, napoletano, spesso abruzzese, calabrese, anche zingaro e savoiardo, ecc. E quando provavano a tradurlo ne uscivano fuori conformazioni ortografiche curiose: choucharde de Fondi, les chaussards, ciocciaro, anche femme de Ciocia, dove ‘ciocia’ era diventata un paese e una città. Naturalmente da parte degli studiosi italiani dell’arte o del folklore o da parte delle istituzioni sia nazionali sia locali, mai nulla e niente o quasi, è stato prodotto sull’argomento a titolo di valorizzazione e informazione, col risultato che il costume regionale più illustrato e più documentato e altresì più conosciuto, è in realtà ignorato nella sua connotazione! Chi ha piacere di approfondire questo affascinante tema, può consultare: “IL COSTUME CIOCIARO nell’arte europea del 1800”.

Michele Santulli


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