Mostre, Il "segno"



Di Serge Uberti alla Biennale d'Arte Contemporanea di Viterbo

Il "segno" di Serge Uberti alla Biennale d'Arte Contemporanea di Viterbo

Voi credete nei segni, nei simboli, nella spiritualità? Io si! tant’è che il fil rouge, la colonna portante della Biennale d’Arte contemporanea di Viterbo 2018 proprio su questo poggia le sue basi. Quel filo rosso che sapientemente i nostri avi Etruschi avevano ben saputo tessere e nello stesso tempo custodire segretamente.

Ero appena tornata da Orvieto: si era aggiunta una nuova sede “Il pozzo della cava”, suggestiva e difficile sede dove dover collocare opere d’arte idonee e forti di quella capacità retrocognitiva che quel serbatoio cosmico che è il “pozzo” impone.

Il segno arriva immediato e chiaro portato dallo squillo del telefono: l’amico artista Angelo Colagrossi mi comunica l’improvvisa, prematura scomparsa di Serge Uberti. Costernazione, dalla mia bocca esce solo “pozzo della cava”, si è lì che lo ricorderemo.

Conoscevo fino a quel momento poco della vita e della ricerca di Serge, ora tutto mi è così chiaro e lo sarà anche per voi, attenti lettori, tramite questo “spaccato” che ne fa Paolo Pancaldi, suo amico gallerista.

SERGE UBERTI - L'ATELIER e L'ARCANO

Uomo d'oltralpe stabilitosi a Roma a termine di un cammino quasi da pellegrino che si concluderà nel suo eremo sito in un cortile di via della Lungara a due passi dal carcere di Regina Coeli. L' “Atelier” come recita la scritta bianca che campeggia sulla sua porta verde. Autodidatta proveniente da un'esperienza lavorativa a contatto con giovani ed artisti che lo ha portato ad essere confidente con l'ambiente degli studi di pittori e scultori, decide di allontanarsi per misurarsi con se stesso, le sue idee, il suo potenziale artistico senza retaggi ed influenze. Questo suo pellegrinare sarà modus operandi anche nel suo fare arte. Esso è espressione di vita vissuta che si snoda come un racconto dipinto in un libro dove non è dato a sapere numero di pagine e finale. Diceva lui stesso in alcune interviste, commentando il percorso della sua vita artistica “...a rivedere il mio lavoro dagli inizi sembra che le cose siano scorrelate, invece sono tutte legate da un filo conduttore che ci porta sino ad oggi ... sono come tanti fogli sciolti di una storia che si intreccia e si compone in un libro ... il lavoro misurato in un tempo breve diventa sequenza pertinente del racconto passato e di quello in divenire... ho la visione delle cose che sono sospese come in una moderna tavola multimediale, mi circondano per poi rivederle tutte compattate una su l'altra.”

In genere gli artisti indirizzano le loro ricerche verso nuove tecniche, rivisitano e dipingono cose note, per proporre meramente il loro modo di dipingere oppure operano nella contaminazione tra le arti come nei materiali, altri si cimentano in racconti tra surreale e fumettistico - favolistico, altri ancora sono impegnati nel sociale e nella occulta denuncia delle implicazioni del contemporaneo. Uberti diversamente ha sempre dichiarato che la via del pittore è il susseguirsi del lavoro e delle modificazioni che in esso nascono spontanee giorno dopo giorno, opera dopo opera e sarà il caso ad incidere su tale percorso. Il lungo cammino lo definiva, come uno dei suoi cicli di opere considerate centrali nella sua poetica. La narrazione di Uberti è compiuta in stile Kafkiano, fedele ad esso ad alle sue metamorfosi. Chiuso nel suo eremo ha sempre evitato lo studio ed il confronto con altri artisti per emarginare la possibilità di una qualsivoglia possibile interazione con il proprio cammino e mantenerlo puro nella sua evoluzione. Le primordiali forme dei "cabatei" verranno rapidamente compenetrate da una forma rettilinea quasi geometrica di una sorta di "sedia" a tre gambe che lentamente diventeranno un "centauro". Sedie e centauri daranno vita ad una serie infinita di sculture che lo accompagneranno fino a tempi recentissimi. Parallelamente l'evoluzione del racconto del centauro lo incarnerà via via in un "costruttore" piuttosto che in un "guardiano". Personaggi che ruoteranno attorno ad un'altra figura fondamentale per Serge, la "barca" di Kafkiana memoria. La barca appunto, oggetto principe nelle sue storie, nelle sue sculture e soprattutto nelle sue installazioni, e che darà il tempo, anzi il non tempo di Serge Uberti. Vero Caronte traghettatore, da e per una riva ignota e non visibile, in un oceano infinito senza coordinate, il navigare è un atto di fede! La sua epoca è spesa sì tra noi nel nostro tempo ma essa è di fatto, senza un riferimento cronologico rispetto al tempo dell'arte unico esempio che si possa ricordare di lavoro unico e proprio, diverso e riconoscibile senza nessuna possibilità di accostamenti e di rilettura, unico sia nella tecnica che nelle cromie oltre che nella materia, nascita e morte di un giorno, di un mese, con l'anno superfluo!

Opere che toccano nella trasversalità ma che non si contaminano sempre a cavallo di un altro dei confini dell'arte, il punto di incrocio piuttosto che di confine delle dimensioni. E' stato un pittore ed uno scultore, quanto uno scultore non pittore ed un pittore non scultore. La banalità delle parole nascondono e non dichiarano quanto i suoi lavori su tela e tavola sono tangibilmente sofferenti di una terza dimensione come le sue sculture siano immancabilmente carenti proiettandosi verso una bidimensionalità prospettica. Pittoscultore forse è la definizione più canonicamente vicina ad Uberti ma senza rendergli sufficientemente merito e giustizia. Giacometti insegna definendosi un falso pittore come un falso scultore. Questo stato certamente è ed è stato monito ed esempio per Serge, alle prese con lo stesso dilemma, riuscendo a colmare il divario esorcizandolo, contaminando le dimensioni.

L'uomo è solo dinnanzi a se stesso ed il rapporto con la mente, la spiritualità e la materia genera un perenne conflitto senza vincitori e vinti. Per Uberti le vie non sono alternative ma devono essere comunque tutte ben presenti e forse, nessuna prevale sull'altra!

Rileggendo il suo cammino a seguire il 1991, forse è possibile trovare una chiave di lettura che possa aprire un varco su quanto anzidetto, una sorta di lampadina che potrebbe illuminare la strada verso una nuova e diversa interpretazione di un pensiero recondito e mai apertamente dichiarato. Uberti si sentiva intimamente legato al tempo degli Etruschi, questo derivava dalla scoperta di una ex tomba in un territorio limitrofo al Viterbese divenuta nel tempo magazzino rurale e ricovero notturno di greggi. Bene, in questa tomba a forma quasi quadrata trovò dei segni che ricordavano quelli delle sue primissime opere. Il rapporto con questo ritrovamento lo portò a creare su quel terreno una dimora studio vissuta intensamente. Il perimetro di quella grotta è riportato ossessivamente nella quasi totalità della sua opera quasi piede di appoggio del suo creato, tutto fuoriesce ma fermamente tutto è li posato, tutto è proiettato senza un punto cardinale ma il fulcro resta all'interno del perimetro, mai le proiezioni baricentriche delle opere fuoriescono da quella pianta. Lui è lì e, forse, se la ride di questa osservazione sbeffeggiandoci sapendo che la chiave di lettura sarà per sempre in altrove assieme a lui. L'arcano resta e così deve essere, il mistero dell'arte è anche questo. Tutto è molto più complesso di quanto non si possa semplicemente liquidare!

Laura Lucibello, direttore artistico Biennale Arte Contemporanea Viterbo

info@biennalearteviterbo.it

tel. 3335994451


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