Personaggi
Arduino Angelucci: “il professore”
“Il Professore” così era chiamato e definito nel nostro ambiente, credo, anche se dovrò usare una frase “fatta”, raramente tale appellativo fu più calzante e meritevole. Lui lo aveva guadagnato sul campo!
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Il tempo non ci ha fatto dimenticare coloro che, oltre all’insegnamento di vita, ci hanno tramandato quello della Cultura, delle Arti, le Muse che direttamente servono a farci sentire appagati interiormente.
Con questo stato d’animo ho visitato la Mostra su Arduino Angelucci pittore, un cognome che la dice tutta sulla sua origine reatina, conosciuto e apprezzato da tutti, nel mondo del lavoro: il suo impegno lo ha portato fuori dal nostri confini.
Nell’iniziare a scorrere le opere presentate in un ambiente che lo avrebbe senz’altro soddisfatto, merito ancora una volta della Fondazione Varrone, ho potuto ammirare le opere presentate dalle quali si evince il cammino e l’operosità dell’artista, in senso pieno.
Un pittore progettista, ricercatore quasi all’eccesso, maniacale, ogni sua opera era creata, gestita e alfine resa al mondo, quando più nulla aveva né da chiedergli, né da dargli.
L’ho conosciuto, frequentato ed ammirato, poiché avevo una squadra di montatori e spesso i marmisti mi commissionavano i suoi progetti da edificare.
Ci fu un periodo durato più di un anno, che con tutta la mia squadra non potetti uscire dal Camposanto reatino per lungo tempo, tante erano le Cappelle tombali di famiglia da montare, tra le quali spiccavano due d’angolo in particolare dei Nobili e dei Fronzetti: marmisti la Società Miniucchi- Colantoni- Cocule & C. di Porta Conca; mosaicisti la ditta Monticelli (una delle più famose, che operava anche all’estero) creazioni e progettazione del Professore.; era spesso incaricato dalle varie Amministrazioni, sia pubbliche che private, a sovrintendere a lavori di restauro, per cui il contatto, in taluni casi fu quasi continuo.
Con i marmisti di P.za S. Giorgio, i f.lli Cavoli, Ezio con Gianni & Alberto in testa, non dimenticandomi di Irmo e Primo, con loro avevamo contribuito personalmente alla realizzazione di molte altre sue Opere, da lui progettate unitamente ai mosaici figurativi e di arredo; così come il completamento della Chiesa Regina Pacis e il monumento davanti al Palazzo della Provincia, per un elenco corposo. In tutto lui metteva l’anima: ore ed ore in piedi appoggiato al suo bastone, “caricato” con il peso del corpo, soprabito e cappello, questi leggermente inclinato di lato. Con l’eterna sigaretta accesa pendula di lato dalle labbra ed il fumo che fuoriusciva dalla parte opposta, innalzandosi opacizzando l’area visiva, davanti alle lenti degli occhiali di tartaruga, oltrepassando il cornicione della falda del cappello, librandosi nell’aria.
In questa posizione restava lungo tempo a scrutare la sua opera, in tutte le varie e molteplici sfaccettature con cui essa stava nascendo, con un’attenzione intransigente, direi quasi ansiosa, come fosse un parto.
Finché un “però,” dubitativo solcava l’aria fermandoci di colpo; e lui: il cornicione da qui mi sembra un po’ debole, sia corposamente che nell’aggetto, poi rivolgendosi direttamente a me – “S metti tre stecche di metro sotto, per alzarlo, mentre sopra aggiungi all’inizio in testata, un pezzo di lastra, il doppio di quella sottostante sia di spessore che di sbalzo”. Ormai lo conoscevo come le mie tasche, non bisognava mai contraddirlo, anche perché, sebbene prima quella mossa poteva sembrare ininfluente, tanto ci sembrava idonea la posizione iniziale, poi dovevamo constatare come lui avesse percepito ancora una volta la giusta dimensione e collocazione del manufatto in oggetto.
Scelgo un episodio per tutti.
Chiesa Regina Pacis dopo il ‘70: stavamo montando tutti i rivestimenti perimetrali comprese le pavimentazioni, (esclusa quella centrale), le cappelle e l’altare maggiore, gli arredi superiori, pensilina e croce incluse.
La data era 23 Dicembre l’antivigilia di Natale.
Stavamo forzando i tempi, erano più sere che lavoravamo sino a mezzanotte, riprendendo il mattino alle 7.
Quella sera doveva essere conclusiva, ma come spesso succedeva nelle consegne, c’era sempre qualcosa che andava di traverso e così fu.
S’era fatto tardi, erano le 23 ed eravamo agli sgoccioli, sotto lo sguardo e gli appunti a viva voce del Professore, presente.
I marmisti, guidati da Gianni, ed i miei mastri collaboratori, in tutto eravamo una diecina tutta gente razza artigiana, capace e disponibile.
Tutti concentrati a completare il lavoro, contenti gli stessi prelati canonici Don Vincenzo e Don Giovanni, tanto da presentarsi con alcune bottiglie di liquori e di spumante uniti a dei dolcetti.
Dopo due o tre giri di mescita e di brindisi, l’euforia ci pervase un po’ così, riprendendo il lavoro interrotto, incominciammo a cantare la canzone di Giorgio Gaber “Barbera e Campagne”. Eravamo allegri, venne l’ora di completare l’opera con l’ultimo atto: quello di prendere di peso dal veicolo, la pietra dell’altare e posizionarla sul supporto allocato..
Era una lastra granitica di blocco travertinoso, scapezzato e spianato a spessore, diciamo circa mezza tonnellata!
All’impiego occorremmo quasi tutti, qualcuno fù ebbe il compito di mettere i legni di piano e le zeppe: come Dio volle era lì a far bella mostra di sé, noi a rimirarcelo, Professore compreso, al centro della Chiesa con lo sguardo incollato a quel piano.
Passò del tempo, ormai era l’ora dello sgombero e delle pulizie: mezzanotte passata ancora qualche sorso.
Lui di volta in volta cambiava posizione, spostando il punto d’osservazione, ora con più frequenza, finché udii il suo richiamo, tra il vocio dei presenti. Mi avvicinai, senza guardarmi stava parlando dell’altare, poi girando lo sguardo verso di me disse.
“Eppurr così come lo vedo, e l’ho visto da tutte le posizioni, mi appare concertato con l’ambiente, fa parte del tutto,... anche se ...
C’è qualcosa che non mi convince. Che dici? Puoi darmi una spiegazione sepur minima a ciò che sento ?”.
Risposi che avrei ricontrollato tutte le distanze di misurazione ortogonali al centro della navata, così il livellamento.
Aiutato dai miei, tracciai una meridiana interasse, appoggiando poi una squadra di 90° sul lato dell’Altare, nel ribaltarla dette lo stesso esito, quasi perfetta.
Poi il livellamento, sufficientemente pianeggiante; non rimaneva che lo sbalzo omogeneo, anche lì non c’era da fare apprezzamenti, era nella norma!
Nel frattempo un silenzio tombale da parte dei presenti: stava scrivendo numeri, come se fossero formule, allora chiamò anche Gianni, a cui imperiosamente disse: “bisogno accorciarlo di 13 cm”!
Poco mancò che G. svenisse, poi riprendendosi rispose “Professò, se si deve fare si fa!”.
Erano le tre del mattino giorno della vigilia di Natale!
Il Piano di pietra fu preso di peso da tutti noi, portato sul furgone, diretto al laboratorio a p.za S. Giorgio, inseguito da tutti noi, con i mezzi più disparati.
Ore 3,30 il pezzo è messo sulla sega sostenuto nello sbalzo dalle nostre braccia.
Dopo averlo posizionato e morzettato, ancora dieci minuti poi la leva di marcia si abbassa, i motori prendono i giri con frastuono assordante, nel cuore della notte: voci assonnate urlano la loro stizza, in strada gli operai cercano di chiarire il fatto. Anche questo finì, riprendendo
l’operare all’inverso tornammo in Chiesa.
Lui stava immobile in piedi, poggiato di lato sul bastone, così come lo avevamo lasciato, mentre aspirava l’ennesima sigaretta e sulle labbra un sorriso compiaciuto.
Il piano fu riposizionato al suo posto.
Allora e solo allora potemmo anche noi accorgerci che aveva visto bene lui, ora ne eravamo coscienti..
L’Alba stava avvincendo la notte: era quasi giorno.
La nostra ammirazione ancora una volta fu soltanto per lui.
Autore: Mondo Sabino
21/02/2008




























