Cultura
Origine del culto rurale di Sant’Antonio abate
Due sono i Santi il cui culto è particolarmente sentito nell’intero territorio della nostra Provincia: Sant’Antonio Abate e Sant’Antonio di Padova (la cui processione dei Ceri, a Rieti, richiama ogni anno migliaia di persone).
Intorno a queste due figure, nell’intera Penisola, vi è una certa confusione e oramai molte persone non sono più in grado di distinguere una venerazione dall’altra.
E’ questo un fenomeno recente da imputare, soprattutto, alla nuova religiosità popolare che si è allontanata, gioco forza, dal lavoro delle campagne. In passato il rapporto con il divino e il sacro era difatti legato alla sussistenza degli individui, cosa che non accade più nella società occidentale del 2000, oramai lontana dalla penuria alimentare e in grado di dominare la natura (sui metodi e sugli effetti di tale dominazione si potrebbe discutere e riflettere a lungo). Proprio nei rapporti con lavoro e sussistenza si colloca il culto di Sant’Antonio Abate, particolarmente forte in Sabina, nel Cicolano e nell’Alta Valle del Velino. Distinguerlo storicamente da Sant’Antonio di Padova (non da Padova, visto che nacque a Lisbona) non è impresa difficile.
L’Abate fu il padre del Monachesimo delle origini, nacque in Egitto probabilmente nel 251 e morì ultracentenario nel 356. Una fase della sua vita ricorda da vicino quella di un altro Santo particolarmente caro alla nostra terra, Francesco. Antonio era infatti figlio di ricchi agricoltori, ma intorno ai venti anni sentì il bisogno di donare i suoi averi ai poveri votandosi ad una vita di elemosina e meditazione. Nel 285 il Santo si ritirò per venti anni nei pressi di una vecchia fortezza romana sul monte Pispir (nei pressi del Mar Rosso) dove, secondo le fonti storiche, affinò le capacità di curare dalle possessioni demoniache. Nella sua vita prestò conforto ai Cristiani perseguitati e la sua predicazione si schierò apertamente contro la dottrina di Ario. E’ questa la prima fase “politica” del Cristianesimo (Concilio di Nicea del 325 d.C.) , che coincide di fatto con la nascita della Chiesa come la intendiamo oggi (in maniera ovviamente molto embrionale). E’ da ricordare che prima della fondazione della capitale sul Bosforo il potere politico romano era stato in genere ostile alla nuova religione e che fu Costantino, con il suo battesimo in punto di morte dettato probabilmente più dalla preveggenza politica che da altro, a permettere per la prima volta una vera libertà di culto.
Sant’Antonio di Padova è invece posteriore all’Abate di circa un millennio, visto che nacque a Lisbona nel 1195. Francescano della prima ora (era contemporaneo al poverello di Assisi) fu professore di Teologia e avversario dell’eresia Catara. I suoi documenti scritti gli valsero l’attribuzione del titolo, sempre postumo, di Dottore della Chiesa (in 2000 anni di teologia se ne contano appena 33). Per la mole di miracoli attribuitigli venne canonizzato ad un anno dalla morte, avvenuta a Padova alla prematura età di 36 anni . Santi diversi tra loro l’egiziano e il portoghese dunque; eremita uno e uomo politico- intellettuale l’altro. Uomo della Chiesa delle origini il primo e Dottore della Chiesa il secondo.
Ai tempi dell’Abate ancora non vi era l’Islam (Maometto iniziò a predicare attorno al 610) mentre ai tempi dell’altro Antonio si combattevano le sanguinose Crociate contro i musulmani. In comune le due figure hanno dunque poco o nulla e fino a qualche anno fa qualsiasi bambino avrebbe potuto tranquillamente distinguere il culto verso l’uno o l’altro santo. Sant’Antonio Abate era conosciuto, in tutta Italia, come quello con la barba bianca o con il porcello. Un proverbio dice : Sant’Antonio Barba Bianca, se non piove la neve non manca (ci troviamo dinanzi ad una italianizzazione recente ma ne troviamo versioni dialettali praticamente in tutta Italia).
La ricorrenza cade il 17 gennaio, giornata invernale in cui, tradizionalmente, comincia la festa del popolo per eccellenza, il Carnevale. Antonio Abate è, di fatto, un Santo del Popolo. Spiegare ai più giovani i motivi per i quali il 17 Gennaio era praticamente obbligatorio far benedire le bestie è uno degli obiettivi di questo scritto.
La nostra terra, dalla Sabina più prossima a Roma sino al Leonessano, ha subito un processo di spopolamento molto forte nel secondo dopoguerra, processo di cui ancora sono chiare le conseguenze (erosione etnolinguistica, erosione genetica, perdita del controllo tecnologico dei mezzi di produzione tradizionali). I motivi di ciò sono da rintracciare nell’industrializzazione e nella meccanizzazione italiana che, con il boom economico, subirono un’accelerazione precedentemente impensabile.
Le città industriali si riempirono di operai che erano figli di contadini, pastori e allevatori; nel giro di pochi anni in molti paesi rimasero solamente gli anziani e i pochi ragazzi che non avevano avuto il coraggio o l’opportunità di raggiungere Roma o altre grandi città. Anche il territorio reatino conobbe un processo di industrializzazione , specie nel territorio comunale di Cittaducale dove è ancora presente il tanto discusso nucleo industriale di cui non è il caso di ricordare il perenne stato di crisi.
Alle difficoltà successive (a livello nazionale) del settore industriale ha raramente fatto seguito un ritorno alla campagna, in virtù del forte aumento di occupati nel terziario.
Questi cambiamenti catapultarono la nostra terra (e l’Italia tutta) in un sistema economico nuovo, un sistema di mercato che ben presto sommerse le precedenti regole dell’autoconsumo che avevano accompagnato milioni di persone per secoli di penuria alimentare. I nostri nonni e i loro avi non avevano di certo la disponibilità alimentare di questo presente dove il problema non è più la scarsezza ma l’obesità, e dove, come ci dicono recenti indagini sociologiche, il problema del sovrappeso riguarda più i poveri che i ricchi (secondo alcuni antropologi i meno agiati avrebbero una fame storica da soddisfare). In passato, specie nelle campagne, gli uomini e le donne del popolo seguivano ogni fase della produzione alimentare, dal seme alla tavola, dal lattonzolo (piccolo del maiale) al prosciutto. I progressi scientifici e tecnologici non procedevano alla velocità attuale; periodi di siccità o di grande freddo potevano minare intere produzioni annuali gettando il popolo nella miseria e nella fame.
Vi era dunque uno stato perenne di ansia da affrontare, e in questa ottica si colloca il rapporto tra il demos e i suoi santi per eccellenza. Tra di essi Sant’Antonio Abate occupa di certo un posto di rilievo. Perché Sant’Antonio Abate ha il protettorato sugli animali da cortile?
La risposta va cercata nella travagliata storia delle sue reliquie. Due secoli dopo la morte queste vennero traslate ad Alessandria d’Egitto per poi finire a Costantinopoli in seguito all’occupazione Araba del territorio nord africano. Nel XI secolo un nobile francese, Jocelin de Chateau Neuf, le ottenne in dono dall’Imperatore di Costantinopoli, e i resti finirono così in Francia dove venne edificate un Santuario nei pressi di Vienne.
Un secondo nobile, tale Gastone, si recò in pellegrinaggio al Santuario avendo ricevuto una grazia dal Santo per il figlio malato di ergotismo e, in segno di riconoscenza, decise di fondare una compagine ospedaliera.
Oltre all’ergotismo, provocato soprattutto dall’ingestione di segale cornuta (veniva così chiamata la segale contaminata da un fungo che sviluppava un alcaloide che provocava l’infezione), ben presto gli Antoniani (i frati che si adoperavano nella compagine ospedaliera) si trovarono a curare con grande successo una seconda malattia, scientificamente nota come herpser zoster, nome scientifico del cosiddetto “fuoco di Sant’Antonio” (eritemi e vescicole). Per curare questa malattia gli Antoniani utilizzavano, con successo, grasso di maiale. I suini dei frati avevano il diritto di scorazzare per il villaggio ed erano riconoscibili da una campanella legata al loro collo.
Tutti quanti davano loro da mangiare perché, di fatto, quei suini rappresentavano la possibilità più prossima ed efficace di cura rispetto ad una malattia che la faceva da padrona causa le scarse difese immunitarie della popolazione. Le cure a base di grasso di maiale degli Antoniani ebbero un rapido successo superando con velocità i confini della Francia. La protezione di cui godevano i suini dell’Ospedale ben presto venne considerata come una protezione proveniente dall’alto, dal Santo stesso, e si iniziarono a dipingere i primi quadri con il maiale ai piedi del Santo. La protezione si estese anche agli umani che maggiori contatti avevano con scrofe e verri: macellai e salumieri. Con il tempo tutti gli animali da cortile, per assimilazione, finirono sotto la protezione del santo egiziano. Vi è da dire, inoltre, che in epoca romana si celebravano il 15 gennaio le ferie Carmentali, durante le quali si svolgevano riti di purificazione dei campi e degli animali domestici; residui di tali pratiche pagane vennero certamente assimilati nel nuovo culto Antoniano del 17 gennaio. Nel territorio geografico cui oggi fa riferimento la provincia di Rieti l’allevamento delle bestie risultava essere una delle maggiori fonti di sostentamento.
Proteggere gli animali dagli eventi negativi era interesse di tutti. Nella nostra sabina, in ogni piccolo centro, l’intera popolazione accompagnava il sacerdote alla benedizione delle stalle (diffusa era anche la pratica di riunire le bestie presso la piazza principale del paese). Gli animali erano bardati a festa e, in genere, ricevevano benedizione anche il sale per le vacche e le biade. In area leonessana, inoltre, le famiglie benestanti offrivano pani di Sant’Antonio e giuncata alle famiglie meno abbienti.
Altro rituale era quello dell’accensione dei focaracci, in genere presso i sagrati delle chiese. Con i carboni ardenti i contadini erano soliti tracciare croci sugli stipiti delle porte delle stalle e anche sul dorso degli animali più grandi, come ad esempio le vacche.
L’iconografia del Santo, in epoca medievale, è simile in ogni luogo. Antonio incede scuotendo un campanello (che oltre ad essere legato sui suini era anche lo strumento che accompagnava il camminare degli Antoniani) ed è seguito da un maialino. Il suo bastone da pellegrino termina spesso con una croce a forma di Tau che gli Antoniani portavano cucita sul loro abito (thauma in greco antico significa stupore, meraviglia di fronte al prodigio).
È curioso pensare che un eremita vissuto mangiando bacche (un precursore della moderna subcultura vegetariana, verrebbe da dire) sia divenuto molto importante per l’allevamento del bestiame. Rimodellare la vita dei Santi era una costante del mondo tradizionale rurale, ed è strano guardare le raffigurazioni dell’Abate e pensarlo come di fatto doveva essere veramente: un uomo di pelle scura, un egiziano.
Un quadro di mirabile fattura è osservabile a Vallimpuni, piccolo paese nel territorio leonessano. Le testimonianze dell’antico culto antoniano si vanno oggi riscoprendo nella nostra Provincia.
La penuria è oramai qualcosa che appartiene al passato e i focaracci di Sant’Antonio Abate
sono oramai folklore, ultimi testimoni di un mondo dissoltosi nel giro di pochi decenni.
Tra tre mesi circa si celebrerà la festa di un Santo nato in Egitto che tanta speranza ha donato ai nostri avi, ho provato a raccontarvi la loro e la sua storia.
Per contattare l'autore [EMAIL=]cinqueconfini@tiscali.it [/EMAIL]
Autore: Maurizio Perelli
02/12/2007
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