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La Filumena francese di Gloria Paris

I Campi Elisi di Eduardo

Ho visto sere fa la “Filumena Marturana”, in francese, al teatro “Valle” di Roma, per la regia della nostra Gloria Paris - gioverà ricordare che Eduardo debuttò in questo stesso teatro, centotre anni fa, ne’ “ La geisha” di Eduardo Scarpetta, suo padre, all’eta di 4 anni - e sono rimasto allo stesso tempo sorpreso e divertito. Divertito, per la freschezza e la briosità del recitativo, anche se non sempre riuscivo a gustare appieno le battute, per le mie modeste conoscenze della lingua d’oltralpe - i sopratitoli in italiano, distraevano lo spettatore - sorpreso, ovviamente in positivo, per la rilettura del testo e per la chiave registica con la quale è stato portato in scena questo ormai “classico” del teatro napoletano.
È inutile dire, che le rappresentazioni italiane, del “Valle” di Roma e del “Mercadante” di Napoli, hanno avuto un successo di pubblico ma, soprattutto, di critica; lo dimostrano le molte recensioni apparse sui principali quotidiani, alle quali, fa eco, questo mio modestissimo contributo.
Agli inizi, non è stato facile dimenticare le interpretazioni eduardiane, anche perchè, per chi scrive, i De Filippo, non furono soltanto un fugace ricordo ma una parte dei miei anni trascorsi. Avevo si e no sette anni e vivevo con i miei a Napoli. Mio nonno, Vincenzo senior, che per arrotondare la pensione, faceva il factotum al “Teatro dei Fiorentini” - come diremmo oggi, addetto alle pubbliche relazioni tra il pubblico e gli attori - mi introdusse nel magico mondo del palcoscenico. Spesso, se non spessissimo, mi portava a teatro e mi metteva in un palco non occupato per assistere agli spettacoli che andavano in scena: prosa, operetta, varietà. Nonostante la tenera età, a forza di repliche, finii per imparare testi e battute. Talvolta - sempre mio nonno - mi utilizzava per portare in palcoscenico i fiori alle protagoniste femminili ed a fine spettacolo lo seguivo quando passava per i camerini ad augurare la buona notte agli attori. A quei tempi, s’era agli inizi degli anni quaranta, i fratelli De Filippo, Titina, Eduardo e Peppino, recitavano ancora insieme. In seguito mi fu raccontato - io, ovviamente, di tutto ciò ho i ricordi un po’ offuscati - che Titina, al mio apparire, amava stringermi al petto - fugaci effusioni d’una maternità repressa - mentre Eduardo, dandomi un leggero colpetto sulla nuca, soleva dire: “stà criatura nun tene mai suonne”. Da adulto continuai ad apprezzare l’arte scenica di questo grande attore, al cinema, in televisione ma soprattutto in teatro. Ricordo una delle sue ultime interpretazioni al “San Ferdinando” di Napoli - il suo teatro - in un “Natale in casa Cupiello” quando a spettacolo ormai concluso, uscito dalle quinte, indugiò, a lungo, sul proscenio recitando poesie e solo più tardi, a malincuore, si ritirò tra gli applausi prolungati del suo pubblico.
Ma torniamo alla Filomena d’aujourd’hui, tanto per restare in carattere. rivisitata, nel testo, con magistrale bravura dal giovane scrittore Fabrice Melquiot, che avvalendosi delle sue origini italiane e meridionali, ha potuto tradurre, nella lingua d’oltralpe. certe particolarità e certe sfumature che ad un francese doc sarebbero sfuggite.
In una scenografia, sto per dire, asettica e funzionale, che rappresenta allo stesso tempo un luogo e nessun luogo, si agita la creatura più cara ad Eduardo, una delle madri più madre del teatro moderno. Un personaggio, Filumena, che a ben ricordare, nelle interpretazioni eduardiane - se si escludono le primordiali interpretazioni della sorella Titina - usciva un po’ appannato, sopraffatto dalla forza interpretativa e dalla presenza scenica del protagonista, Eduardo, con la sua mimica, con la sua gestualità, con i suoi trasalimenti del volto. La Paris, nella “sua” Filumena, - e solo un regista donna avrebbe potuto farlo - restituisce al personaggio tutta la femminilità che le compete, grazie anche alla bravura della protagonista, Christine Cagnieux. L’attrice con una recitazione brusca e pungente riesce a far dimenticare ma allo stesso tempo ricorda la lingua originale del dramma, quella napoletana; perchè ci crediate o no, il napoletano è una lingua e non un dialetto.
Ora , per poter capire il personaggio, Domenico Soriano, intrepretato dall’attore Alain Libolt bisogna dimenticare gli interpreti celebri del passato. Eduardo, nella versione teatrale e Marcello Mastorianni nella versione cinematografica. Libolt, rappresenta un Domenico Soriano d’oggi, non meno spregiudicato e cinico dei Soriano di sessant’anni fa, con una gestualità pacata ed una recitazione asciutta, che nei dialoghi con la protagonista femminile, esplode con un fraseggio a raffica quasi, una sorta di “scontro a fuoco” verbale.
Tutti bravi gli attori che interpretano i personaggi secondari del dramma, da Marie Barret a Pierre Barrat, Bruno Fleury, Kamel Isker, Evelyne Istria, Cecile Pericone, Stephen Szekely, Daniel Tarrare, Anne Laure Tondu .
Mi chiedo, se Gloria Paris, restando in Italia, avrebbe avuto la stessa brillante carriera che le si sta prospettando in terra di Francia. Brava Gloria; resta ancora a Parigi, l’Italia non ti merita.
Per concludere vorrei ricordare che nessuno dei contemporanei si sarebbe aspettato che il teatro eduardiano avesse avuto, col tempo, una risonanza planetaria. I successi londinesi, statunitensi, sudamericani e, non ultimo quello odierno di Parigi, per non parlare delle recenti interpretazioni in giapponese. Risonanza che si compendia nel Festival di opere eduardiane in lingue estere che si sta svolgendo a Napoli al Teatro Mercadante. Se si pensa che all’indomani della prima di Filumena Marturana, che ebbe luogo al Teatro Politeama di Napoli nel novembre del 1946, qualcuno scrisse, che: “Il dramma rappresentato, buono ma non pregevole, era adatto solamente per un pubblico partenopeo e che le vicende narrate, potevano anche essere vere ma non erano teatro.” Poi, il feroce stroncatore concludeva dicendo: “... non vi ringalluzzite del successo testè ottenuto, dimenticando che siete sempre un Eduardo con tanto di De Filippo appresso e non Pirandello o Goldoni.”

Autore: Vincenzo Masi

02/12/2007

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